Coppie di fatto e famiglia


Più di otto anni fa, questo scrivevo su Corriere.it

Cari Italians,
io, sposato in chiesa e in attesa di un figlio, difendo i diritti (inesistenti o quasi finora) delle coppie di fatto. Parliamoci chiaro: sono due i motivi che tendono a discriminare le unioni stabili tra persone non sposate: uno è di natura ideologica (leggi religiosa), un altro è di natura venale (leggi timore che i fondi destinati agli aiuti delle coppie vengano sottratti alle coppie “normali”). Se è inaccettabile che una società laica discrimini in base alle scelte di coscienza (secondo la scala decrescente: sposati in chiesa – sposati civilmente – “concubini”), è ancora peggiore l’atteggiamento meschino di chi vuole proteggere per l’ennesima volta il particulare (suo o di chi reputa “buoni”) contro l’interesse generale e l’equità. Qualunque sia la cifra allocata per gli aiuti alle persone bisognose, qualunque sia la soglia di reddito individuata per avere accesso agli aiuti, bisogna partire dal più bisognoso e da lì risalire. Non conta nulla se un bambino povero è figlio di due catechisti sposati in chiesa, di due “mangiapreti” sposati in comune o di una coppia che non ha mai “regolarizzato” la sua unione. Quel bambino ha diritto di essere aiutato. Questo è il punto imprescindibile della questione, il resto sono distinguo ipocriti e pelosi.

8 anni sono passati invano.

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