Qualche riflessione dopo la morte di Cossiga


In queste ore abbondano nella blogosfera i commenti, al 95% poco lusinghieri quando non insultanti, su Francesco Cossiga, dipinto a tutto tondo come un diavolo, il male assoluto in Italia. Non mi interessa confermare o ribattere a ciò, né provo per lui soverchia simpatia, fui tra coloro che sostennero l’impeachment contro di lui negli ultimi anni della sua Presidenza della Repubblica. Dico solo che ricoprire i ruoli che ha ricoperto negli anni ’70 non fu una cosa facile ed inevitabilmente espone alle polemiche. Egli ha comunque servito lo stato nel limite delle sue capacità, gli storici giudicheranno, una cosa pare certa: che non si sia arricchito indebitamente. Non è poco. Certo, qualcosa ad un certo punto si è rotto e non credo di fargli torto (anzi il contrario) dicendo che probabilmente un aiuto psichiatrico negli ultimi anni gli sarebbe stato di sollievo, e che una stampa sensazionalistica e vuota è andata a nozze con questa sua caratteristica e con la sua voglia (puerile, anzi senile) di stupire sempre. Chi conosce i Simpsons potrebbe catalogarla come “sindrome di Abe”, ma basta un nonno o un padre in età avanzata per comprendere (non sempre) di cosa io stia parlando.

Mi preme  sottolineare una caratteristica della politica della Prima e di risulta della Seconda Repubblica (che non esistono, ma ci siamo capiti, esista Una Repubblica) e cioè la permanenza al potere per decenni dei protagonisti della scena pubblica. Questa è una caratteristica principalmente italiana (a quanto mi pare): anche l’automatismo che il Presidente della Repubblica uscente diventa senatore a vita contribuisce.
Credo che un Cossiga ritirato a vita privata avrebbe detto meno sciocchezze in questi anni ed avrebbe avuto un congedo meno livoroso da parte dei tanti che ora inveiscono contro di lui: in un certo senso avrebbe protetto la sua memoria storica.

Un tema da affrontare, in materia di riforme costituzionali, quando sarà passata l’emergenza del momento (temo non prima di 10 anni) ma su cui riflettere, seriamente e per gioco (che può essere la stessa cosa) già da adesso.

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4 Risposte to “Qualche riflessione dopo la morte di Cossiga”

  1. Gustavo Says:

    “Nessuno ti ha mai detto che se vuoi un futuro migliore devi solo cambiare il presente”.

    E’ vero: ma il presente non lo cambi con le spranghe.
    Se vuoi cambiare il presente con le spranghe c’e’ il rischio che ti arrivi una manganellata sui denti.

    E’ un po’ come cambiare il governo Berlusconi:
    Vuoi un governo migliore? Allora prendi una faccia che non sia una faccia da cazzo come quella del Mortadella, gli fai imparare a memoria un programmino semplice semplice per i prossimi cinque anni e ti presenti all’elettorato chiedendogli il voto.
    Se poi l’elettorato il voto non te lo da’, tu non devi andare a Piazza Navona con le spranghe, altrimenti qualche brutto ceffo con la faccia di KoSSiga ti prende a manganellate sui denti.

    La morale della storiella e’ questa (per i cretini che non l’avessero capita):

    La politica non si fa in piazza con le spranghe (e tanto meno con gli estintori). Si fa principalmente nelle Aule del Parlamento.
    Qualche volta e’ legittimo usare la piazza, ma le spranghe si devono lasciare a casa e usarle solo per lo scopo per cui sono state forgiate: cioe’ infilarle nel culo dei/delle amanti.
    Altrimenti, se le porti in piazza, ti arriva una manganellata sui denti con la firma di KoSSiga.

    Ora sentiamo cos’hai da dire su questo commento.

  2. Filippo Filippini Says:

    Non è il tema che volevo affrontare.

  3. Deo Fogliazza Says:

    Controversa anzicheno la figura di Cossiga come uomo di Stato. Un giudizio completo richiederebbe troppo spazio.
    Ma voglio dire di una mia esperienza diretta. Eravamo al tempo delle picconate. Alle volte Cossiga faceva uscite parecchio pesanti e difficili da digerire. Altre sollevava problemi che anch’io sentivo, dentro di me, come presenti ed in parte urgenti.
    Era il 1990. Ci trovammo in tre o quattro compagni, fuori da una sala riunioni semivuota per fumarci un tiro di sigaretta. Mi capitò di dire che le esternazioni di quel giorno – se non ricordo male trattavano della necessaria riforma dello Stato e dei partiti – mi trovavano sufficientemente d’accordo o comunque meritavano di essere discusse nel merito.
    Uno dei ultimi virgulti giunti da poco nel PDS – frutto do una nidiata di signorsì – mi fece una puntigliosa lezione su quanto aveva detto, in mattinata, l’articolo di fondo de L’Unità.
    Mi risultò ostico fargli capire che l’articolo l’avevo ben letto e che, ciononostante, mantenevo alcune mie posizioni “personali”.
    Non capì e da allora mi guarda sempre con molta diffidenza.
    Devo dire in occasioni sempre più rare….. perché fatta la sua piccola carriera da signorsì (lui e la moglie) si sono fatte sempre meno frequenti – per non dire pressoché nulle – oggi, le sue presenze in riunioni di carattere politico.
    Alle quali io, al contrario, da testardo “signorno”, faccio in maniera di mancare poco o nulla.
    Ma ….. che dire? Così (purtroppo) va il mondo!


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